Chi Saresti Se Non Avessi Più Quel Sintomo? Ritrovare se Stessi Oltre il Disagio
Chiunque entri nel mio studio si trova a rispondere a questa semplice domanda: chi saresti se non avessi più quel sintomo, quella confusione, difficoltà personale o relazionale?
Di solito, subito dopo averla pronunciata, nell’aria cala un attimo di silenzio, smarrimento. Gli occhi si spostano di lato o verso l’alto o in basso, come a cercare una risposta in un cassetto che non viene aperto da anni.
La verità è che siamo così abituati a convivere con il nostro carico — che sia un’allerta costante che stringe la gola, una nebbia mentale che blocca le decisioni , un dolore fisico che condiziona le giornate oppure una situazione emozionale che ci fa sentire sopraffatti — che non abbiamo preso nemmeno in considerazione ed immaginare la vita senza di esso.
Ci si ritrova a pensarci quotidianamente con un dialogo che potrebbe essere di questo tipo , giusto per fare un esempio. Ormai questa “cosa” fa parte delle mie giornate, definisce i miei ritmi, sceglie al posto mio visto che non posso più fare diverse cose liberamente”.
La trappola dell’identificazione: quando diventiamo il nostro problema
Senza accorgercene, iniziamo a identificarci con il nostro malessere. Diciamo “sono una persona ansiosa” invece di “in questo periodo sperimento dell’ansia”. Diciamo “la mia schiena è bloccata” come se la colonna vertebrale avesse perso per sempre la sua natura flessibile. Arriviamo a ripeterci “sono un indeciso, non so più cosa voglio”, confondendo una momentanea mancanza di decisione con l’incapacità assoluta di guidare la nostra vita. Oppure ci lasciamo definire da quel senso di sopraffazione emozionale che ci stringe il petto, convincendoci di essere diventati fragili, quando in realtà siamo solo passeggeri di una tempesta emotiva che sta oscurando la nostra naturale forza interiore.
Il sintomo smette di essere un segnale di passaggio e diventa la nostra carta d’identità, una corazza che da un lato ci protegge dal mondo e dall’altro ci chiude in gabbia. E quando qualcuno ci chiede chi siamo oltre quel limite, proviamo quasi un senso di vertigine. Chi c’è sotto tutti quegli strati di stress e preoccupazione?
Focalizzare tutta l’energia nel combattere il problema ci mantiene bloccati proprio lì, sul campo di battaglia. Diventiamo esperti del nostro malessere, ma finiamo per dimenticare le regole del nostro benessere.
Cambiare prospettiva: il sintomo come bussola
Il fastidio, che sia fisico o emotivo, non è un nemico da abbattere con una guerra spietata. Spesso è solo un messaggero stanco che bussa alla porta perché abbiamo ignorato i segnali più piccoli e silenziosi che il corpo e la mente ci stavano inviando.
Per iniziare a rispondere a quella domanda e riprenderti il tuo spazio interiore, puoi provare a fare tre piccoli passi mentali:
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Pratica la disidentificazione: Tu non sei il tuo sintomo. Sei lo spazio in cui quel sintomo si sta manifestando in questo momento. Esiste una parte di te, profonda e intatta, che non è toccata da quel dolore o da quella confusione.
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Ascolta senza giudizio: Invece di arrabbiarti perché la testa fa male , prova a fermarti e a respirare. Chiediti, con curiosità e gentilezza: cosa sta cercando di proteggere o di dirmi questo blocco?
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Allena l’immaginazione del benessere: Concediti qualche minuto ogni giorno per visualizzare la tua vita libera da quel peso. Come cammineresti? Come parleresti alle persone che ami? Che sapore avrebbe il caffè al mattino se la tua mente fosse calma?
Ritrovare la propria natura
Abbandonare la lotta non significa arrendersi, ma smettere di alimentare il conflitto. Quando togliamo attenzione e potere al sintomo, l’energia ricomincia a scorrere dove serve davvero: verso la nostra naturale capacità di autoguarigione e stabilità emotiva.
Questo è un processo potente, che ho il privilegio di vedere accadere quotidianamente nel mio studio: persone che, passo dopo passo, tornano a sbocciare. Le vedo riprendersi, con profonda gentilezza ed amorevolezza, la propria capacità di scelta ed azione, ricominciando a guidare con sincerità la propria vita.
In quei momenti si compie una trasformazione profonda: nei loro occhi non albergano più solo timide speranze, ma il riconoscimento di reali e concrete possibilità di sentirsi, finalmente, i veri protagonisti della propria vita. Ed è proprio allora che, guardandosi dentro, sanno rispondere con calma e decisione alla domanda iniziale.
Trovare una risposta a questa domanda non significa cancellare la realtà con un colpo di spugna, ma riaccendere la memoria del tuo potenziale autentico. Perché sotto lo stress, sotto la nebbia relazionale e oltre quel dolore, ci sei ancora tu.
Più grande, più libero e pronto a respirare di nuovo.





